Torino Jazz Story

Ella Fitzgerald

Ella Fitzgerald in concerto al Palasport di Torino

La scena musicale jazz torinese vanta una notorietà che risale al 1935, quando arrivò sulle rive del Po Louis Armstrong mandando in visibilio il pubblico e ispirando giovani musicisti attratti dal nuovo genere musicale, peraltro osteggiato dal regime fascista. Da allora nacquero in città le famose Jam session “carbonare” dei primi musicisti torinesi (Riccardo “Dick” Mazzanti, Emilio Siccardi, Renato Germonio, Sergio Farinelli) e quando Louis Armstrong tornò a Torino per due storici concerti, nel 1949 e nel 1952, il jazz si era ormai affermato e la città sarebbe diventata palcoscenico per altri due straordinari artisti: Dizzy Gillespie e Chet Baker.

articolo 1 Fondo_VernoniChet Baker al Caffè Leri

Chet Baker al Caffè Leri

Luogo storico del jazz torinese diventò l’Hot Club, il locale in cui furono organizzati innumerevoli concerti e da cui emersero nomi come Nando Buscaglione (successivamente “Fred”), Piero Angela, il duo Gianni Basso e Oscar Valdambrini, Enrico Rava.

 

 

 

JAZZ A TORINO: DA SEMPRE, DA PRIMA

Alcuni record del jazz torinese

Franco Bergoglio

Il noto episodio dell’esibizione di Louis Armstrong a Torino non è un momento estemporaneo nella vita del capoluogo piemontese: corona invece anni di interesse sotterraneo mostrati dalla città verso questa nuova, curiosa espressione musicale in arrivo da oltre Atlantico. I fattori che condussero a quel concerto fanno sì che si possa documentare quanto il milieu culturale cittadino fosse particolarmente ricettivo.

Se è vero che i primi musicisti operarono principalmente a Milano (dove Mirador aveva portato in Italia la prima batteria, nel 1918) e a Roma (al seguito dell’esercito americano di stanza durante la prima guerra mondiale),  sicuramente Torino vanta alcuni primati: su tutti la fondazione del primo hot club italiano, avvenuta nel 1933. Gli hot club, progenitori degli attuali jazz club diffusi in tutto il mondo, sorsero in Europa addirittura prima che negli Stati Uniti. Lo Hot Club de France, fondato nel 1932 da Hugues Panassié e Charles Delaunay, precede di un solo anno l’analogo ritrovo di Torino e di ben tre anni lo United Hot Clubs of America avviato nel 1935. Louis Armstrong lo sottolinea entusiasticamente nella sua biografia, Swing That Music (1936), raccontando la sorpresa di trovare in Europa così tanti Hot club e un apprezzamento per lo swing quale in America non aveva mai riscontrato. Il trombettista dedica un intero capitolo del suo  libro, Record Fans and Hot Clubs, all’importanza delle associazioni e dei  europei in questo campo.

Torino era negli anni Trenta il centro di un buon numero di jazzofili, il loro ritrovo era il Caffè Crimea dove il collezionista Alfredo Antonino proponeva “audizioni commentate” del materiale tratto dalla sua imponente discoteca privata, forte di oltre trecento dischi, numero che per l’epoca costituiva un tesoro spropositato; se è vero, come scrive il critico Franco Fayenz nel libro I grandi del jazz, che gli appassionati più accaniti calcolavano il valore di ogni cosa nel prezzo corrispondente di un disco a 78 giri. Su queste basi Antonino fondò il primo jazz club italiano. Il terreno ricettivo della città era testimoniato anche da altri segnali; ne elenchiamo alcuni tra i più storicamente rilevanti.

 Silvio e Lena Vernoni con Joe Newman e altri elementi della Count Basie Orchestra

Silvio e Lena Vernoni con Joe Newman e altri elementi della Count Basie Orchestra

Fin dal 1927 Antonio Gramsci (il quale aveva vissuto a Torino gli anni della sua formazione culturale e politica ma languiva in carcere dopo l’arresto fascista) aveva iniziato ad utilizzare il jazz come pietra di paragone per formulare le proprie originali speculazioni politiche.

Il giovane Mario Soldati, incerto tra la critica d’arte, la letteratura ed il cinema, dopo essersi laureato con Lionello Venturi e aver frequentato il salotto del pittore Casorati, nel 1929 decise di visitare il nuovo continente. Una permanenza di due anni fruttò la prima edizione dei suoi resoconti di viaggio con America primo amore. Soldati, infaticabile curioso, non mancò di cercare ad Harlem la vera musica dei neri: “Un blues tutto rotto in contrattempi viene eseguito la seconda volta con una variazione che anch’io sono in grado di apprezzare: un saxofono ripete la melodia ritmandola, perfettamente a tempo. Il sincopato è così abituale nella musica negra che si ha un senso di strana freschezza, quasi di perversione: come un’aranciata a chi da anni beve solo liquori”.

Nel 1929 il futuro musicologo Massimo Mila fornì a Cesare Pavese il nominativo del giovane musicista Antonio Chiuminatto (piemontese, emigrato negli Stati Uniti dopo essersi diplomato al conservatorio “Giuseppe Verdi” di Torino, per insegnare violino in quello di Chicago) e tra i due si instaurò un notevole scambio epistolare.

In una lettera del 1930, lo scrittore si rivolge ammirato al suo amico italo-americano: “Non solo avete i ben noti meravigliosi menestrelli del jazz, ma, quel che più conta, avete un mucchio d’altri poeti la cui esistenza qui in Europa nessuno sospetta”.

Anche il giornalismo ufficiale si mostrava aperto agli influssi della cultura internazionale: il collaboratore de La Stampa Angelo Nizza (autore in  tandem con Riccardo Morbelli di fortunati spettacoli radiofonici tra i quali I quattro Moschettieri) scrivendo di musica sincopata, come la si chiamava allora, mostra una conoscenza davvero invidiabile per quegli anni, frutto, anche nel suo caso, di un viaggio americano. Il suo articolo Che cosa è il “jazz”, (La Stampa, 9 dicembre 1933), nei limiti di un articolo da quotidiano, costituisce  una disamina compiuta, sostanzialmente coeva a quella dei più attenti osservatori europei: il lavoro dello scrittore belga Robert Goffin Aux frontiers du jazz è del 1932, Jazz Hot di Hugues Panassié del 1934. In particolare Nizza sgombra il campo dai malintesi già nel preambolo: “quando si parla di jazz ricorrono subito alla mente del grosso pubblico italiano ed europeo i nomi di Jack Hylton e di Paul Whiteman, quasi che i capiscuola dell’esecuzione di questa musica (…) fossero il flemmatico e rossiccio impresario inglese di un band da palcoscenico, o quanto meno il grasso, rubicondo e pesante direttore del complesso jazzistico americano, giunto a noi attraverso il film sonoro”. Dopo averci detto che quello non è jazz ma straight (una definizione d’epoca per indicare le canzoni commerciali, da ballo), ci spiega che la vera musica nera è hot, virgolettando alcune parti tratte dal libro -fresco di stampa- di Goffin e accompagnando i propri discorsi con considerazioni prese a prestito dal compositore “serio” Alfredo Casella. Nizza si lancia dunque in una genealogia dei jazzisti artisticamente più validi tracciando un lungo e informato profilo di Duke Ellington, “il migliore”, al quale seguono tra gli esecutori i nomi di Armstrong, Benny Goodman, Earl Hines, Cab Calloway, King Oliver “un caposcuola”, Fletcher Henderson e Don Redman.  Difficile -anche col senno dei posteri- scrivere di meglio.

Con il saggio Jazz Hot, pubblicato sulla rivista Pan nel gennaio 1935 dal giovane Massimo Mila (musicologo e intellettuale di punta dell’azionismo piemontese), abbiamo forse il più antico approccio colto allo studio di questa musica; che precede di ben tre anni il primo libro italiano, Introduzione alla vera musica di jazz di Levi e Testoni, del 1938. Ignorando la linea del regime avversa a questo prodotto culturale poiché nero e americano, Mila parla da studioso, con una libertà di giudizio unica in Italia; senza lasciarsi invischiare in discorsi ideologici e difendendo il jazz da un punto di vista squisitamente musicale. Mila riconosce che in nuce la novità va ricercata nell’improvvisazione: “Il jazz non è una forma musicale, non è un ballo, non è un ritmo, non è un complesso strumentale (c’è musica di ottimo jazz per pianoforte solo), ma è piuttosto un modo di suonare: a tal punto che la personalità dell’interprete soverchia nove volte su dieci quella dell’autore”. Mila ovviamente andò al concerto di Armstrong e ne uscì entusiasta, scrivendo tra l’altro che la riprovazione morale verso il jazz rappresentava: “la protesta istintiva di una società che si sente smascherare certe ipocrisie su cui ha le fondamenta”; erano  i suoi ultimi mesi di libertà prima del secondo arresto per attività antifascista. Al concerto, nonostante i mugugni del regime, partecipò una folla imponente, con code di automobili davanti al teatro e gerarchi in divisa, come ricorda Adriano Mazzoletti nel suo enciclopedico lavoro Il jazz in Italia. La sua venuta era stata preceduta dal battage giornalistico di Nizza (Armstrong in Italia, La Stampa del 24 febbraio 1934) e seguita sulle pagine de La Stampa della Sera del 16 gennaio 1935 da una recensione corredata da una esauriente biografia di Satchmo, corredata, forse per i postumi del concerto della sera precedente, da alti voli lirici: “la tromba e la voce di Louis Armstrong sono il dolore e la voce, l’ardore e il triste fato, le intime soddisfazioni e le cupe ingiustizie del negro povero ed ingenuo, del negro evoluto e smaliziato. Tutto si fonde nell’infinito crogiuolo dell’arte e della sensibilità di Armstrong; e ne esce la sua rude, spietatamente sincera, comunicativa fisionomia musicale. Ieri sera Louis Armstrong si è rivelato al pubblico torinese. Anche a Torino l’ha accompagnato il trionfo della sua arte”.

Passati gli anni duri della guerra, dove il jazz dovette vivacchiare da “carbonaro”, come avrebbe poi felicemente scritto il critico Giancarlo Roncaglia, all’indomani della Liberazione Torino risuonò immediatamente di musica nera. I musicisti emergevano dalle cantine, nei locali si suonava e la casa Editrice Einaudi, in quel fatidico ’45, incaricava la propria sede milanese di pubblicare la rivista di un altro ammalato di America: Elio Vittorini, fautore del Politecnico che, manco a dirsi, annoverava tre le sue pagine anche alcuni brevi articoli di argomento jazzistico.

Bibliografia:
Louis Armstrong, Swing that Music, New York, Da Capo Press, 1993.
Franco Fayenz, I grandi del jazz, Milano, Nuova Accademia, 1962.
Mario Soldati, America primo amore, Milano, Mondadori, 1959.
Cesare Pavese  Lettere, 1926-1950, Torino, Einaudi, 1966.
Massimo Mila, Scritti civili, Torino, Einaudi, 1995.
Adriano Mazzoletti, Il jazz in Italia. Dalle origini alle grandi orchestre, Torino, EDT, 2004.

RACCONTI DALL’ETA’ DEL JAZZ…CLUB

 

art 2 carta intestata dell'Hot club di Torino

memorabilia jazz: carta intestata del jazz club

Il Novecento, secolo dei furori ideologi, ha visto gli ideali contrapposti organizzarsi in ben strutturati partiti. E anche il jazz, vissuto dai suoi primi estimatori europei alla stregua di una fede politica o religiosa, vedeva il nascere di associazioni di stampo semi-partitico: i jazz club. Il primo, voluto dal critico francese Hugues Panassié, nasce a Parigi nel 1932. Segue -a brevissima distanza- quello del torinese Alfredo Antonino che apre nel 1933, sotto la forma del cenacolo per iniziati. Antonino, che disponeva per l’epoca di una invidiabile discoteca personale forte di alcune centinaia di 78 giri, organizzava audizioni e ascolti pubblici,  diffondendo dalle sponde del Po il “verbo” della musica americana in Italia.

I jazz club, come i partiti politici, avevano la loro organizzazione interna, i segretari, le tessere e le naturali divisioni ideologiche. Celebre è la disputa che contrappose gli estimatori del “tradizionale” ai nuovi seguaci del bebop. I jazz club presero davvero piede nel nostro paese solo dopo la Liberazione, quando vennero a cadere i veti contro la musica nera posti dal fascismo. I numerosi appassionati di Torino si raccolsero allora attorno alla figura di Silvio Vernoni (1912-1983) che si incaricò di far risorgere il jazz club cittadino. Vernoni aveva partecipato alla resistenza nelle file di Giustizia e Libertà dove, tra le fila degli azionisti, ebbe occasione di stringere prestigiose amicizie, come quella con l’insigne musicologo Massimo Mila, autore fin dal 1935 di un saggio critico sul jazz.

La signora Lena Vernoni, moglie di Silvio e da lui introdotta alla passione per la musica jazz, ricorda di aver festeggiato la Liberazione all’hotel Majestic, alla presenza di Ferruccio Parri e del giovane Giorgio Bocca. Iniziava in quei mesi l’epoca d’oro dei concerti con gli “americani” che venivano a suonare in Europa. La signora Lena ha un ricordo ancora vivido di quei momenti: elenca i nomi di locali dove si suonava jazz: il celebre Teatro Chiarella (quello del primo concerto italiano di Louis Armstrong, in Via Principe Tommaso, angolo via Galliari), lo Swing Club di via Botero o il cosiddetto Clubino in via Lagrange.

Lena ripensa con particolare simpatia ai jazzisti che ebbe la fortuna di conoscere assieme al marito. “Ma che simpatico il Lionel”, dice durante l’intervista, parlando ovviamente di Lionel Hampton. E tende a rimarcare come tutti i jazzisti fossero splendidamente ben educati e le sale concerto fossero frequentate negli anni Cinquanta e Sessanta da un grande numero di ragazze torinesi, fatto che contrasta con una certa idea maschilista del pubblico jazz. Negli anni dell’organizzazione Vernoni passarono a Torino tra gli altri Joe Venuti, Sidney Bechet, Ben Webster, Don Byas, Benny Goodman. Fa un certo effetto sentir nominare dalla signora Vernoni questi personaggi e magari riconoscerli nelle foto d’epoca che custodisce nel prezioso archivio di famiglia. I jazz club facevano sentire a casa i musicisti in trasferta che sovente al termine dei concerti si trattenevano per feste e jam session. In loro onore si organizzavano veri e propri comitati di ricevimento all’arrivo in città. Si racconta che per la venuta di Lester young  il sassofonista Emilio Siccardi –che adorava “Pres” al punto da imitarlo anche nell’abbigliamento- si presentò a conoscerlo con uno dei tipici cappelli a falda larga e rigida “alla Lester”. Lester scoprì in quell’occasione che aveva un Vice-Pres anche a Torino.
Siccardi era il sax tenore del complesso che più gravitava attorno al jazz club: il  Jazz at the Kansas City, un nome programmatico che mostra quanto fosse avanzata la cultura torinese in campo jazzistico in anni: mentre nel resto della penisola dominavano ancora i complessi dixieland o di swing moderato qui si guardava al nuovo, ai ritmi indiavolati di Count Basie.

I migliori solisti sotto la Mole ne facevano parte: Sergio Farinelli alla tromba, Renato Germonio, fisarmonica e vibrafono, Dick Mazzanti al trombone, Emilio Siccardi al tenore, con Piero Fasano al pianoforte, Piero Brovarone – noto titolare del negozio di dischi in Via XX Settembre – al contrabbasso e “Carlìn” Sola alla batteria.Nell’epoca dei jazz club del dopoguerra questa musica costituiva ancora una passione clandestina, non più proibita, ma ancora non riconosciuta dalla cultura ufficiale. Solamente grazie a eroiche figure di “pionieri” come quella di Vernoni a Torino o di Arrigo Polillo a Milano, tenaci nell’organizzare le attività dei club, il jazz trovò una nicchia di sopravvivenza e il favore crescente del pubblico.

Il jazz a Torino su internet

Una ricca storia del jazz torinese è stata scritta dallo studioso, critico, fotografo Giancarlo Roncaglia (1928-2004). Torinese di nascita, giornalista per La Repubblica, ha pubblicato con Einaudi Il jazz e il suo mondo, prezioso ausilio per chi si avvicina a questa musica. Su Jazzitalia e su Piemontemese si può consultare la serie di articoli Il jazz a Torino che Roncaglia ha compilato ripercorrendo “gli inizi carbonari” di Renato Germanio e Dick Mazzanti, fino agli anni Ottanta, con le jam negli infernotti di Palazzo Carignano, la nascita e l’affermarsi dello storico Centro Jazz di via Pomba, i concerti dei Punti Verdi voluti dall’allora Assessore alla cultura del Comune di Torino Giorgio Balmas e, per finire, le iniziative dell’AICS ideate da Sergio Ramella.                               Piemontemese
jazzitalia

I numerosi articoli di Angelo Nizza dedicati al jazz sono a disposizione sul sito La Stampa.it, con la ricerca per giorno di pubblicazione. L’Archivio storico de La Stampa, completamente on-line, contiene tutte le pagine di giornale, pubblicate dal quotidiano dal 1867 al 2006.          La Stampa – Archivio storico

Sul sito dell’Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli è possibile leggere l’articolo di Franco Bergoglio Pavese, Mila, Gramsci. Letteratura, jazz e antifascismo nella Torino degli anni Trenta, pubblicato sulla rivista L’impegno, a. XX, n. 2, agosto 2000;
L’impegno

Alcune avvincenti ricostruzioni dei primordi della storia del jazz sono stati pubblicate da Alternate Takes, rivista del Jazz Club Torino.
In particolare nel numero 1 dell’aprile 2009 il mitico concerto di Louis Armstrong del 1935 viene raccontato in maniera divertente e originale dallo scrittore Sergio Brussolo.
Jazz Club Torino

Sul periodico del consiglio comunale di Torino cittAgorà si trova l’articolo di Roberto Tartara Quella notte che Louis Armstrong dormì al Sitea.
cittAgorà

Le foto e le altre immagini di questa pagina sono state messe a disposizione da Giorgio Vernoni. Si ringrazia la famiglia Vernoni per aver voluto condividere, tramite il proprio prezioso archivio, un pezzo di storia del jazz torinese.